Storia dei liquori

Curiosità: aneddoti sui liquori più famosi

Alcuni dalle formule ancora segrete, tramandate da Cavalieri, Frati e Monache, Fate e perfide Streghe e sia pur peccaminosi, banditi, proibiti e intriganti, è di un certo interesse storico, collezionistico, se inducesse pure, in qualche tentazione .

Bottiglia di Anisetta Meletti anni 1940
A base di Anice Stellata
Anisetta Meletti (vedi foto sopra): la Ditta Silvio Meletti nasce nel lontano 1870 grazie all’operosità e l’ingegno del fondatore, Silvio Meletti.
Le radici di questa azienda e del prodotto che ha determinato il suo successo hanno tuttavia origini ancor più antiche.
Silvio Meletti proveniva da una famiglia povera e dovette lasciare presto gli studi per aiutare la madre nel lavoro; la madre gestiva un piccolo negozio dove vendeva, tra le tante cose, un distillato di anice fatto in casa che riscuoteva un notevole apprezzamento tra la clientela.
Quella del distillare l’anice è un’antica tradizione del territorio Ascolano e ancora oggi è comune trovare, soprattutto nel mondo contadino, distillati di anice fatti in casa di apprezzabilissima qualità.
Quel distillato di anice e le nozioni sulla distillazione della madre furono le basi che permisero a Silvio Meletti di appassionarsi e di creare un prodotto nuovo.
Il fondatore si mise a studiare trattati in francese sulla distillazione (il libro del ‘700 è ancora in possesso della famiglia) e dopo vari esperimenti perfezionò una ricetta ed una tecnica di distillazione che sono ancora oggi i procedimenti utilizzati per ottenere l’Anisetta Meletti.
Fece anche costruire, su sua idea e suoi disegni, un alambicco a bagnomaria a lentissima evaporazione onde ottenere un alcoolato il più aromatico possibile.
Alla base di questa ricetta c’è l’anice verde (Pimpinella Anisum); un tipo di anice proprio dell’area del Mediterraneo e che nella zona della Marche, e nell’Ascolano in particolare, assume caratteristiche aromatiche particolari grazie alle proprietà uniche di quei terreni argillosi.
Basti sapere che l’anice che cresce in questi terreni riesce ad essere fino a due, tre volte più profumato di quello che cresce nelle altre zone del Mediterraneo!
Questo anice particolarmente profumato veniva e viene tuttora lavorato tramite distillazione discontinua a bagnomaria.
Al distillato ottenuto viene poi aggiunta la parte “aromatica” rappresentata dalla distillazione di altre botaniche come frutti, semi e fiori scelti e lavorati con cura.
La ricetta ed il procedimento elaborato nel lontano 1870 sono ancora gli stessi, seguiti ed utilizzati oggi dai discendenti; la famiglia Meletti, giunta alla quinta generazione, è infatti ancora l’unica proprietaria dell’azienda.
Alla creazione di un prodotto nuovo seguì la sua commercializzazione e anche qui il talento di Silvio Meletti emerse.
Per iniziare a far conoscere il proprio prodotto fuori le porte della sua città Silvio Meletti regalava delle bottiglie a persone di fiducia provenienti da paesi limitrofi.
Questo determinò un rapido espandersi del mercato che gli permise di ampliare gradualmente l’attività in termini di produzione e personale impiegato.
Decise poi di provare a far conoscere la sua Anisetta nelle rinomate fiere internazionali dell’epoca e qui le soddisfazioni giunsero subito con una Menzione Onorevole all’esposizione internazionale di Parigi del 1878.
Questa rapida espansione commerciale subì una grave battuta d’arresto nel 1896 per via di una grave malattia che colpì Silvio Meletti e che rischiò di interrompere del tutto la sua esperienza imprenditoriale.
Fortunatamente dopo due lunghi anni di cure guarì e riprese le redini dell’azienda.
L’attività ridiventò subito fiorente e con essa ripartirono a pieno regime produzione e vendite; il successo dell’Anisetta andava espandendosi a macchia d’olio in tutta Italia.
E proprio per alleggerire i costi che doveva sostenere per promuovere i propri prodotti per l’Italia centrale, Silvio Meletti prese la rappresentanza della azienda dolciaria Venchi di Torino e girando per vendere le loro cioccolate abbinò la promozione della sua Anisetta.
Le vendite divennero tanto rilevanti che nel giro di pochi anni gli permisero di metter su una vera e propria rete commerciale con rappresentanti nelle principali città italiane e di aprire uno stabilimento fuori le porte della città.
Nella seconda metà dell’ottocento e nella prima del ‘900, nel campo dei liquori, erano di gran moda le manifestazioni e le competizioni a livello nazionale ed internazionale.
Silvio Meletti portò la sua Anisetta a molte di queste fiere riscuotendo un enorme successo: l’Anisetta Meletti vinse infatti medaglie d’oro nelle esposizioni di Ostenda, Torino e Atene e ad altri premi ancora a Parigi nel 1900, a Napoli, Roma, Milano, a Bruxelles nel 1910.
Silvio Meletti divenne nel 1918 il primo Cavaliere del Lavoro della città di Ascoli Piceno e il Re Umberto I° concesse poi alla ditta Meletti l’ambito brevetto di “Fornitore della Real Casa” mettendo così il sigillo reale al suo successo imprenditoriale.

Bottiglia di Alpestre del 1964

La Storia dell’Alpestre (vedi foto sopra) nasce in Francia nel 1857, quando il Fratello Emanuele, Speziale in un Convento di Padri Maristi, crea la formula, ancora oggi segreta, per la produzione di un distillato ottenuto dall’infusione di 34 erbe officinali aromatiche.
Chiama questo elixir stomatico Hermitage dalle proprietà benefiche e curative.
All’inizio del 900 in Francia vengono emanate leggi anticlericali, che confiscano proprietà e impediscono ai Religiosi la tradizionale produzione di elixir medicamentosi.
Mentre i Certosini si trasferiscono in Spagna per continuare a produrre la loro Chartreuse, i Maristi scelgono l’Italia a Carmagnola nei pressi di Torino.
Qui il prezioso liquore viene chiamato Alpestre, dove ancora viene prodotto con l’antica segreta formula.
Al fine di permettere al distillato di concentrare le proprietà benefiche delle 34 erbe aromatiche, secondo tradizione, l’Alpestre viene fatto invecchiare almeno quattro anni in piccole botti di quercia di Slavonia

bottiglie di Chartreuse una Verte a 54° e una Jaune a 40° ( sono bottiglie di produzione attuale )

Storia della Chartreuse:
La Chartreuse nacque nel 1605 quando il Maresciallo D’ESTREES consegna ai monaci certosini di Vauvert (Parigi), nel luogo dell’attuale Giardino del Lussemburgo, un manoscritto con la formula di un elisir di lunga vita. A causa della sua complessità, la ricetta non verrà prodotta per oltre 130 anni, ma nel 1737, presso la grande certosa di Grenoble si diede inizio ad uno studio esaustivo e risolutivo .Il farmacista della Grand Chartreuse, il fratello JEROME MAUBEC, responsabile di questa INDAGINE, riesce a risolvere definitivamente la formula che diventa ’”Elisir Vegetale della Grande-Chartreuse”]. La Chartreuse Verde venne invece elaborata nel 1764. La Chartreuse gialla invece, fu commercializzata per la prima volta nel 1838. Durante la Rivoluzione francese i monaci, volendo mettere al sicuro la ricetta, la diedero in custodia al farmacista di Grenoble, Liotard. La ricetta tornerà ai monaci alla sua morte nel1816.
I certosini vennero espulsi dalla Francia nel 1903, e la Chartreuse venne prodotta a Tarragona in Spagna fino al 1929, quanto ritornò ad essere prodotta in Francia, a Fourvoir. Dal 1935, a seguito di una frana a Fourvoirie, il liquore viene prodotto a Voiron dove è situata la più lunga cantina di liquori al mondo (164 m) [3]. Dal 1990, data nella quale la distilleria di Tarragona venne chiusa, la Chartreuse è prodotta soltanto a Voiron. Investiti di questa missione dal loro ordine religioso, i certosini della grande certosa sono i soli a conoscere la famosa ricetta (in realtà solo due o tre di loro la conoscono realmente). Ancora oggi la formula è rimasta un mistero nonostante i moderni metodi di indagine.

Gusto: il Chartreuse (vedi foto sopra) ha un sapore caratteristico molto forte. È molto dolce, ma varia fra lo speziato e il pungente.Il sapore dipende dalla temperatura di servizio. Spesso è servito con ghiaccio, e può essere aggiunto ai cocktail o in un mixer. Alcune ricette di drink richiedono soltanto poche gocce di Chartreuse, tanto è preponderante il suo aroma

bottiglie di Genepy Albegian

Genepy Albegian anni 50 dal gusto classico 30° e Demi Sec Le Sabot 45°

Storia: anche il Genepy  è a base di Artemisia alpina, distillato in Val d’Aosta, in origine da piccoli gruppi di Valdesi provenienti dalla Francia.
Forti lavoratori, sostenuti da una fede incrollabile, coltivarono i pendii montani più impervi, ed ebbero come conforto e cura di ogni male il Genepy.

Ancora sul Genepy: nel dialetto di molte popolazioni delle Alpi Occidentali “Génépy” è il nome, di probabile origine celtica, di un’erba di montagna, L’Artemisia Glacialis, una piantina che cresce oltre i duemila metri di altitudine su terreni morenici.
La raccolta viene effettuata con molta cura, senza asportare la radice, dai pastori delle alte vallate valdostane i quali, da sempre le attribuiscono doti medicinali.
Pianta dal profumo delicato di cui si diceva già nel IX° secolo che era vicina ad avere tante virtù quante foglie.
Le virtù della pianta di Genepy sono le stesse dell’assenzio, ma sono però più energiche e concentrate.
Esercita azione amaro-tonica, stomatica, diuretica, febbrifuga, vermifuga, emmenagoga e antisettica.
E’ un tonico potente delle vie digestive, stimola l’appetito, contrae le fibre stomacali ed intestinali.
Utile nelle convalescenze, negli stati anemici, nelle dispepsie nervose, nelle clorosi, nelle diarree croniche e le flatulenze.
Aumenta le secrezioni urinarie ed è indicata nell’idropisia, l’anasarca, la gotta e le affezioni scrofolose.
E’ usata nell’insufficienza epatica, nell’itterizia, nell’amenorrea.
Come vermifugo agisce contro gli ascaridi e gli ossiuri.
Per l’uso esterno il decotto salato ed il succo fresco o la tintura nettano rapidamente le piaghe suppurenti e saniose.
Per l’estrazione dalla pianta, due sono i metodi fondamentali: o si ottiene una tintura o si ottiene un alcolato e in seguito si miscela il tutto con acqua, alcool e zucchero fino a ottenere la gradazione alcoolica e il tenore zuccherino voluti.
Trattandosi di un digestivo, parte dello zucchero potrà essere rappresentato da glucosio purissimo, cioè dalla parte migliore e completamente digeribile dello zucchero, la quale, oltre a non essere tossica per il fegato, ha anche un minor potere dolcificante.
Nel caso in cui si opti per l’alcolato, si deve far macerare la parte migliore delle piantine, seccata e sminuzzata, in alcool per alcuni giorni fino a ottenere un infuso (praticamente una tintura) che ha diverse impurità.
Procedendo alla distillazione di quest’ultimo ne risulterà un’essenza purissima, che concentra tutto il profumo e le caratteristiche proprie del Génépy.
Si aggiungono poi acqua, alcool, zucchero e glucosio e si pone ad invecchiare; a maturazione avvenuta il liquore è pronto, ma, essendo cristallino, deve essere trattato con coloranti naturali, per rispettare la tradizione che da sempre lo vuole con il suo tipico color verde

MENTA GLACIALE ALPINA SACCO

MENTA GLACIALE ALPINA SACCO e CAFFE’ STORICO MULASSANO:
Sciroppo di grande qualità. Prodotto con olio essenziale di Menta Piperita che viene coltivata nelle aree del Piemonte più tipiche per tale produzione, e distillata nelle medesime zone di raccolta.
ALPEN PFEFFERMUNZ
Dieses kostliche und berumte. Produkt, das aus der Alpenmunze bereitet wird, ist als das beste in seiner Art annerkannt.
Es ist dises ein gesundes Getrank, das auk mit Wasser verdunnt weredn kann; es erlleichiert die Verdauung und besitz starkende Eigenschaften.

STORIA DELLA DISTILLERIA SACCO E DEL CAFFE’ STORICO MULASSANO DI TORINO (vedi foto sopra): l’attività della Mulassano comincia a metà dell’800, a Torino.
Amilcare Mulassano era titolare di una bottiglieria e di una piccola rinomata Distilleria, la Sacco , produttrice del famoso sciroppo alla Menta Glaciale Alpina.
Nel 1907 la bottiglieria si trasferì in Piazza Castello, e si trasformò in un rinomato Caffe’ il Mulassano, ancor oggi rinomato Caffè Storico di Torino.
Successore di Amilcare fu Angela Nebiolo, che si sposò giovanissima e si traferì col marito Onorino Nebiolo a Detroit negli U.S.A., dove gestivano ristoranti e locali notturni.
Nel 1925 Angela e il marito, non potendo guarir la nostalgia, tornarono a Torino, dove la Famiglia Mulassano aveva messo in vendita l’affermato Caffè.
Con i risparmi Americani, acquistarono il Mulassano, per l’ingentissima cifra di 300 mila lire, per la sola licenza.
Cercando di creare nuove proposte, da accompagnare all’aperitivo e forti delle esperienze americane, avevano portato dagli States una macchina che tostava il pane e furono quindi i primi, almeno a Torino, ad importare il toast.
Ma non contento Onorino, volendo dare un’impronta Italiana, soprattutto Torinese al toast, pensò di guarnire quel pane morbidissimo, questa volta senza tostatura, e fu così che inventò il Tramezzino.
Fù il solito Gabriele, che a tutto trovava un nome originale e Italiano, che lo battezzò Tramezzino e che suggerì ad Onorino di non servir solo il panino, come accompagnamento per l’aperitivo, ma di proporlo come spuntino di mezzogiorno, per i tanti Impiegati e le molte Sartine di Via Roma e Via Po.
Si fù proprio lui, il Vate, Gabriele d’Annunzio !
Successo strepitoso, arrivò per il Tramezzino la Torino dell’Arte, del Cinema, e la Torino di tutti i giorni.
E ancor oggi la storia del Mulassano continua . . .

Indimenticabile la Bottiglia di Liquore Strega a gradi 42,50 degli anni 60, vedi foto sotto:

Spiegazioni a cura dell’Enologo Zaccherini. Leggi anche l’articolo Liquori da bere in compagnia

Alla Salute

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